Da un appunto di Robert Smithson: "…La mente e la terra sono in costante stato di erosione, tutto il corpo è trascinato nei segmenti cerebrali, dove particelle e frammenti si fanno riconoscere come coscienza solida. Un mondo scolorito e fratturato circonda l’artista. Organizzare questo caos di corrosione secondo modelli strutture e suddivisioni, è un processo estetico che non è stato quasi mai preso in considerazione…".
Forme razionali e semplici, colori incolori, ritmi scanditi da partiture di un pentagramma apparentemente mono tono, rigorosamente compongono spazi con asimmetrie geometriche straordinariamente lontane dal caos formando un equilibrio quasi metafisico. Vibrazioni di suoni diffusi nello studio dell’artista s’imprimono sulla carta con una logica estrema e ponderata. Eppure questi suoni creano il caos: sottili, acuti, grevi, possenti, striduli e caldi replicati quasi all’infinito. Poi il silenzio per riascoltarli, non acusticamente ma visivamente, attraverso quei segni impressi su fogli non più bianchi. Una metamorfosi della musica che dallo strumento si trasforma in frequenza sonora e attraverso Tozzi ancora in segno e colore. Segni, cromie e forme, rappresentano visivamente timbriche, intensità, vibrazioni, e colori di una musica talvolta incomprensibile, completa di pause e pieni armonici, che tramite un semplice segno di matita o punto di colore sprigiona la forza creativa del musicista, a tal punto di essere in grado di raffigurarne il ritratto. Non il classico ritratto pittorico, ma una sorta di essenza dell’anima creativa e della personalità del compositore completa con tutte le sue sfumature.
L’importanza relativa dell’immagine come figura reale, varia con l’arte, l’artista e opera. Se la rappresentazione fotografica o il ritratto realista, ci porta alla conoscenza dei tratti somatici del soggetto, questi non è detto ci portino alla conoscenza interiore. Angelo Tozzi, nei suoi "Portrait" tralascia l’involucro esterno del ritratto, cogliendo nell’ascolto della musica eseguita "l’essenziale assoluto", esattamente l’essenza pura dell’anima creativa del compositore. Ascoltando e riascoltando più volte un brano, fino a quando segni colori e forme, si sostituiscono ai suoni, accentuando le frequenze vibranti e le deformazioni visive nelle geometrie, riproducendo attraverso i punti le dissonanze armoniche, così da individuarne il carattere.
L’arte di Angelo Tozzi non è per nulla un’improvvisazione, ma è il frutto di una ricerca che affonda nella conoscenza profonda dell’arte stessa. A mio modesto parere in questa serie di "Portrait" Tozzi interpreta attraverso il suo personale linguaggio e il suo minimalismo la lezione di Kandinsky. Secondo Kandinsky i colori hanno un suono interiore somigliante al suono di una tromba: il bianco e il giallo illuminano l’opera, mentre nero e blu trasmettono drammaticità, il rosso infinito e caldo, si connota come colore vivace e inquieto, l’azzurro rappresenta il soprannaturale e il verde la quiete. Il colore è dunque per Kandinsky: "Un mezzo per influenzare l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima". Angelo Tozzi scarnendo totalmente il pensiero di Kandinsky, si appropria dei concetti delle teorie del maestro astrattista su le profonde affinità fra musica e pittura, eseguendo solamente quei dettagli decisivi di un essenziale minimo assoluto, che Kandinsky esaltava con la forza del colore e delle forme nel massimo assoluto. Il mio confronto con Kandinsky forse può apparire audace a storici e critici, ma lo scopo finale di Angelo Tozzi, come per Kandinsky, è di comunicare contenuti spirituali, interiori, per mezzo della sua arte e del proprio modo personale di rappresentare.
Antonio Fontana
Dal catalogo della personale 'Portraits', novembre 2013
Costruire e ricercare la folla, il rumore; crogiolarsi nel brulicare incessante e schizofrenico di carni, anime, particelle, atomi. Tutto fuorché tacere, tutto per eludere la retorica più viva, quella del silenzio.
Per
approdare alle sponde del silenzio è necessario divenire carnefici
di noi stessi, arginare il fiume di parole, pensieri e concetti;
occorre fronteggiarlo quel fiume, operare uno sterminio spietato:
ridurre, ridurre e ancora ridurre sino e giungere all’essenza,
culla dell’infinito.
Nei
suoi Portraits, Angelo Tozzi scarnifica, erode, assottiglia il
proprio linguaggio; siamo così affascinati spettatori della
conclusione - definitiva? - di un lungo viaggio, compiuto
interiormente prima di tutto.
Ciò
che immediatamente colpisce è l’uso del collage e della carta.
Tecnica che più di tutte allude a un concetto di costruzione, il
collage fonda la propria natura sull’idea, opposta, di frammento;
del resto è l’insieme di piccole parti che forma il tutto. Cosa
accade, invece, quando questo tutto si compone di flebili e sottili
frammenti? Cosa accade quando questi ultimi sembrano in sospeso su
fili invisibili? Si rischia, apparentemente, il crollo,
l’instabilità.
E se
fosse il contrario?
A
sostenere il precario equilibrio compositivo c’è la carta,
supporto anticonvenzionale per eccellenza, così distante dalla
regalità di una tela e svincolata, nel caso di Tozzi, da cornici,
disadorna da qualunque surplus possa sommarsi al minimo
indispensabile. Fili sottili a sostegno di fogli di carta le cui
sembianze tradiscono la sostanza che vi è racchiusa. Potrebbero
sembrare appunti volanti in uno studio d’artista, bozzetti e
schizzi vagamente appesi al muro ma, al contrario, il perfetto
equilibrio compositivo lascia intendere uno studio accurato, nonché
una perfetta consapevolezza nell'operato. Ogni Portraits,
dedicato a musicisti e compositori diversi, prescinde un’assennata
ponderazione; ogni segno, apparentemente immobile, è al contrario
creatura generata dall’amplesso di note minimali, ripetitive eppure
così incalzanti, così totalizzanti.
Joan
Mirò, artista il cui esempio è chiaro e immanente nel tratto di
Tozzi, scriveva:
"L'immobilità
per me evoca grandi spazi in cui si producono movimenti che non si
arrestano, movimenti che non hanno fine. È, come diceva Kant,
l'irruzione immediata dell'infinito nel finito. Un ciottolo, che è
un oggetto finito e immobile, mi suggerisce non solo dei movimenti,
ma movimenti infiniti che, nei miei quadri, si traducono in forme
simili a scintille che erompono dalla cornice come da un vulcano."
È dunque nell’immobilità, nel non detto e nei silenzi che si genera un campo di forze, nel vuoto magnetico intercorso tra micro-segni tutt’altro che casuali, tra significanti di un sistema visivo.
Le
opere di Tozzi sono spartiti dell’anima: incredibile pensare
all’eloquenza sprigionata da un tratto finito recante l’infinito.
La musica, così eterea e immensa si racchiude, paradossalmente,
nella concretezza di segni, di frammenti materici.
Era il
1947 quando John Cage - a cui Tozzi ha dedicato uno dei suoi poetici
ritratti - aveva composto i suoi 4’33 di silenzio, in tutto
273 secondi. L’irraggiungibile temperatura di 273.15 °C è ciò
che la scienza determina come condizione ideale affinché il silenzio
totale si manifesti. In quei 273 secondi il rumore del vento, il
respiro di uno spettatore, un accidentale colpo di tosse, la pioggia
che incessante batteva sui tetti, vociferavano in sordina con in
pugno la prova schiacciante dell’inesistenza del silenzio.
Pelle
e ossa, la fisicità smunta delle composizioni di Tozzi nasconde una
ricchezza speculativa in cui ogni segno è una nota, ogni nota è un
colore e ogni colore è un fremito.
Nella
dimensione anecoica ci avviciniamo all’abisso in cui l’unica eco
percepibile è la nostra; incediamo tremanti a un ignoto che vorremmo
rimanga tale. È un salto nel vuoto che scongiuriamo implorando al
caos di invaderci, al brusio di soffocare una voce scomoda.
Il
prezzo da pagare è considerevole, si rischia la follia, per questo è
un atto di coraggio.
Gaia Palombo
…Aprendo le stanze-scultura di Tozzi ci si svela un segreto, eppure, nel momento stesso in cui arriviamo a capirlo si “ri-vela”, si ricopre di un nuovo significato, sempre più criptico sempre più vivo e intrigante. Ad ogni sguardo il segno si carica di nuovi significati poetici, privi di interpretazioni definitive, impossibili da spiegare e mai chiusi e rinchiusi in un unico concetto. Ogni opera si apre all’indefinito, lascia tracce e impronte di un tutto che si dissolve, si frantuma, si ricompone in pochi minimi ma vitali segni carichi di memoria e intrisi di potenza espressiva primigenia che galleggiano fra le infinite possibilità di manifestazione del visibile. Per ogni pittore il momento più difficile è capire quando dare l’ultima pennellata, ma per questo eclettico artista tale problema sembra non si ponga, anzi è con elegante sprezzatura che ci nasconde il grande lavoro di ricerca fatto sul togliere, per riuscire ad imprimere su ogni carta l’emozione originaria del guardare non con gli occhi... ma con l’anima, per accogliere e raccogliere insieme: ricordi, suggestioni, sogni, trascendenze e realtà fenomeniche.
…Eppure, c’è anche chi vuole lavorare sui silenzi, sulle pause, sul vuoto, professando con le sue opere il bisogno di scartare, di eliminare, di voler scorticare il segno pittorico alla radice a liberarlo da tutto ciò che lo porterebbe a significare qualcosa di preciso, di non più interpretabile, ecco Angelo Tozzi lavora su questo: sul voler donare al segno la libertà dalla carcerazione interpretativa definita e definitiva alla quale per necessità è chiamato ad assolvere. Questo pittore pontino vuole frantumare il segno per poi ricomporlo con poche minime ma vitali tracce che possano galleggiare fra le infinite possibilità di manifestazione del visibile intriso di invisibile per donarsi senza i veli di alcuna esegesi speculativa che lo imbriglierebbe alla volontà della definizione e non della comunicazione. Perché chi ha paura dell’astratto ha paura dell’immensità, della vaghezza, dell’incertezza di quell’horror vacui che si vuole a ogni costo esorcizzare…
Roberta Fretta
...L'arte di Tozzi si manifesta come un grido a volte, altre come parole lasciate uscire con toni pacati, in ogni caso tutto è definito e chiaro, nessun dubbio, nessuna incertezza, prendendosi tutto il tempo necessario (anche questa sua irrinunciabile misura traspare nelle sue opere) schiarendosi la voce, parla, sussurra o urla e tutto questo giunge chiaro, nitido, attraverso semplici equivalenze, emozionando l'osservatore, prendendo da lui, dal suo disagio o serenità interiore...
Fabio Cappellini
Le opere di Angelo Tozzi sembrano volersi mostrare con molta riservatezza quasi per non disturbare, entrano in punta di piedi, silenziose. Ma chi guarda, anche se distratto, inizia a notarle, a prestare attenzione, molta attenzione e probabilmente, da quel momento, non può più dimenticarle. Non si può dimenticare quella loro riservatezza, che forse riflette il modo di essere di chi le ha create, quella loro delicatezza che si erge maestosa al di sopra di tutto ciò che è appariscente, roboante, volutamente pacchiano pur di attirare attenzione. Piccoli segni, semplici parti di materia parlano in maniera discreta ed elegante ma il loro linguaggio è incisivo, a volte senza volerlo, persino perentorio. Le immagini sono ricche di mistero e l’atmosfera è ovattata, sospesa, come a volerci insegnare che talvolta è necessario fermarsi a riflettere, a meditare… I segni, apparentemente casuali, sono geroglifici di un lingua nuova, sapientemente dosati per parlare in maniera diretta anche a chi di arte non se ne intende (ammesso che esista colui che se ne intende veramente), ma ha la sensibilità giusta per ascoltare, per capire quanto sia importante nella nostra vita immergersi talvolta in questa dimensione nuova.
Federica Conti
…Angelo Tozzi, in una asciutta limpidezza di colore e immagine, sottolinea inequivocabilmente la vitalità di ogni nostro singolo sguardo. L’armonia, bilanciata tra disincanto e astrazione, in una stesura cromatica raffinata e sublimemente necessaria, conferisce ad ogni singola opera quella forza espressiva che supera la laicità delle emozioni. Oltrepassando ampiamente le barriere convenzionali, l’immediatezza rapisce lo sguardo, e la luce, mano stessa dell’artista, si impreziosisce nel segno dinamico dell’espressione. La sfumatura non è nel colore, ma nella sensibilità che lui stesso generosamente concede in ogni suo quadro. Nessuna velatura nelle sue creazioni, solo concerto di colori e linee in una perfetta partitura. Il lirismo nobile di ogni suo tratto colloca questo artista, oltre la propria contemporaneità.
Rossana Carturan
L’arte minimalista di Angelo Tozzi si basa sulla necessità di togliere, di spogliare l’immagine per raggiungere l’essenzialità di ciò che l’artista vuole esprimere. Le sue creazioni, aliene da connotazioni decorative e da ridondanze, richiedono all’osservatore tempo e concentrazione per cogliere l’idea che ne è alla base. Il suo linguaggio artistico rivela una componente matematica: l’immagine non deve pendere o campeggiare, ma l’occhio deve focalizzarsi su un determinato dettaglio per poi concentrarsi su un altro, come se nell’opera fossero presenti delle micro opere. Così un piccolo segno o una macchia di colore sulla superficie assume la funzione di controcanto, diventa il motivo focalizzante dell’immagine rispetto agli elementi predominanti dell’opera, siano questi linee, forme geometriche o sfondi ottenuti con una tecnica particolarissima che conferisce ad alcune opere un aspetto vibrante. La sua arte è essenzialmente fondata su una meticolosa progettualità, dove nemmeno il più piccolo dettaglio viene lasciato al caso, perché può e deve funzionare solo se inserito in un punto ben specifico. La ricerca artistica di Tozzi si muove su svariati campi, dall’arte figurativa degli esordi fino ad approdare all’arte cinetica e programmata dei suoi monocromi su carta con fessure di parti di luce con cui l’artista ottiene un senso plastico e un leggero effetto tridimensionale, materico. I monocromi traggono paradossalmente origine dalla pittura gestuale, con raschiature sulla carta; il gesto liberatorio rappresenta un controcanto per arrivare al rigore puro. Si tratta dunque di una gestualità controllata, rigorosa, che trova spazio in una leggera asimmetria capace di trasmettere una sensazione di movimento. Se nella pittura Tozzi usa i colori con grande parsimonia, nelle sue sculture sente il bisogno di utilizzare cromie accese e di dar spazio alla materia, con un occhio sempre rivolto all’ironia.
Laura Cianfarani
...Ogni
opera di Tozzi si apre all’indefinito, lascia tracce e impronte,
vitali segni carichi di memoria e intrisi di potenza espressiva che
descrivono l’epifania della forma. La poetica dell’artista si
manifesta con toni pacati e chiari; è il racconto della sua vita,
della sua fragilità e della sua saggezza, dell’ironia dissacrante
e minimale con cui ritrae il mondo...
Matteo
Di Marco